affari e sanità: riflessioni sul terzo settore

da Germinal 124 del maggio 2016, p. 4

Propongo alcuni spunti di riflessione rispetto a quell’ampio settore che comprende le cooperative sociali delle quali, in quindici anni di attività, ho attraversato numerosi ambiti (salute mentale, minori devianti in ambito scolastico-domiciliare, comunità protette, progetti ad alta intensità educativa, ma anche comunità madre-bambino, tossicodipendenze e trasversalmente anche disabilità fisiche e sociali), concentrandomi sulle criticità piuttosto che sui punti di forza, che pure coesistono.Non rientra in questa riflessione tutta la parte che riguarda il mondo delle cooperative B: quelle costituite da persone socialmente svantaggiate associate in forma cooperativa per svolgere attività di produzione-lavoro e di servizio operando nell’assistenza, nella ristorazione, nei servizi ambientali o agricoli e quant’altro. Le cooperative B inoltre hanno una storia propria, con dinamiche economico-sociali, ma in parte anche normative, differenti. Le prime cooperative sociali infatti nascono dal bisogno e la necessità dei diritti agli internati nei manicomi costretti al lavoro in condizioni schiavistiche per pretesi motivi “terapeutici”.

Entrando nel merito delle cooperative di tipo A, bisogna innanzitutto notare come l’esternalizzazione di diversi settori della sanità – un tempo pubblica – sia affidata a soggetti diversi tra loro per natura (privato, privato sociale, fondazioni, associazioni, volontariato, comitati, ONG, enti ecclesiastici, Onlus ecc.) che inquadrano i lavoratori del settore in numerosi contratti collettivi compreso il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro del personale del comparto del servizio sanitario nazionale. Esistono diversità anche a livello territoriale dovute alle normative locali che, lungi dal garantire una eccellenza del servizio locale, di fatto creano una guerra tra i lavoratori del sociale in una congiuntura economicamente sfavorevole soprattutto per quanto riguarda il settore pubblico. La richiesta di determinati percorsi formativi è un nodo scoperto di grossa attualità. Infatti, per uniformare l’offerta dei servizi socio-sanitari, con l’accordo Stato-Regioni del 2014 è prevista il possesso di determinati titoli di studio per poter lavorare nei servizi socioeducativi e/o socio-assistenziali. A livello regionale, su stimolo dell’ACI (Associazione Cooperative Italiane) che riunisce quelle che fino a poco tempo fa erano le tre centrali cooperative con anime ed interessi politici diversi: Legacoop, AGCI, Confcooperative), era stata richiesta una sanatoria a livello regionale per gli operatori senza titolo (o con titolo incongruo) attualmente impiegati e la cui situazione pare tuttora incerta nonostante la recente approvazione da parte della commissione Cultura della Camera della legge che disciplina la professione dell’educatore e del pedagogista. È chiaro che se la regolarizzazione non sarà generalizzata si rischia di creare operatori di serie A e di serie B facendo pagare ancora una volta alla base anni di mancanza di regolamentazione. La pratica di elusione della contrattazione nazionale per inquadrare i lavoratori sta esplodendo in modo pressoché incontrollato e incontrollabile nel mondo del sociale. Il caso più evidente riguarda l’assistenza degli anziani non autosufficienti con la figura della cosiddetta “badante” (ma la cosa è storicamente nota ed oramai socialmente accettata anche per quanto riguarda la cura di infanti e bambini: chi ha mai pensato ai diritti delle cosiddette “baby-sitter”? Lavoratrici del sommerso a cui affidiamo i nostri figli, ma a cui i diritti più banali di ogni lavoratore sono negati?). Quella della “badante” è una professione che, al di là di tentativi di regolamentazione con voucher e contributi, resta una specie di giungla in cui le lavoratrici (quasi esclusivamente donne in questo caso come in quello delle baby-sitter e in generale nei lavori di assistenza-educazione) vivono al di fuori di ogni diritto e regola. Qui si parla di una situazione al di fuori di ogni controllo e di ogni diritto anche di autodeterminazione (turni massacranti, distacco dalla famiglia ecc.). Viene fatto passare sotto traccia il messaggio che questo genere di relazione/lavoro ( anziano non autosufficiente – badante oppure bimbo/a – baby-sitter) riguardi esclusivamente le relazioni tra privati. In realtà stiamo parlando di servizi fondamentali e necessari e con cui, fisiologicamente, tutti possiamo avere a che fare. Il discorso sotteso al fatto che l’assistenza sia una questione privata che riguarda solo il soggetto fragile e la sua famiglia da una parte e un singolo lavoratore o lavoratrice dall’altra (o piccoli gruppi di persone al limite) ha un potenziale demolitorio dello stato sociale e della coscienza civile deflagrante ed è difficile prevedere le conseguenze che può avere in futuro anche su altri servizi. Veniamo al Terzo settore, cioè l’insieme di “quegli enti che operano e si collocano in determinati settori non riconducibili al mercato del lavoro né alle istituzioni statali pubbliche”; è in realtà un’espressione in negativo, ambigua ed indistinta che relega questo ambito in una posizione di subalternità rispetto al pubblico. Siamo in attesa, dopo anni, del passaggio alla Camera del progetto di riforma del Terzo settore (DDL approvato in Senato in seconda lettura i primi di aprile 2016) su cui ci asteniamo dall’esprimerci in attesa della sua promulgazione definitiva. Per capire l’attuale situazione dell’affidamento e l’appalto / gestione dei servizi sanitari e socio-sanitari dall’amministrazione pubblica alle cosiddette cooperative sociali (che del Terzo settore sono la parte preponderante) bisogna fare un passo indietro per sapere e capire come si è prodotta questa dinamica. La cooperazione sociale si sviluppa per regolarizzare tutti quei lavoratori , in maggior parte giovani, che da metà degli anni ‘80 in poi suppliscono il personale pubblico (ma in alcuni casi anche le famiglie) nella cura, assistenza, educazione di minori svantaggiati o con handicap, persone con disturbo mentale ecc.. Nel migliore dei casi lavoravano in ritenuta d’acconto. La maggior parte di loro in nero. L’archeologia del precariato: ben prima di co.co.co. e co.co.pro.. L’esplosione della cooperazione sociale si ha però con l’aziendalizzazione della sanità pubblica, è così che sono nate in Regione le più grosse cooperative sociali: su stimolo di operatori del servizio pubblico (in particolare quelli della salute mentale hanno avuto un ruolo centrale). Nasceranno anche imprese private riconducibili a medici o professionisti sanitari (ad esempio di telesoccorso o radiologia ecc.) che si accaparreranno in seguito i servizi progressivamente privatizzati, esternalizzati, convenzionati ecc. I tempi erano maturi. Il neoliberismo, dopo il crollo del muro di Berlino, andava finalmente affermandosi senza ostacoli e… le cooperative cosiddette rosse beneficeranno più di tutti del nuovo assetto del Welfare. PCI-PDS-DS-PD, Legacoop e CGIL Funzione Pubblica paiono una cosa sola. La politica tramite i servizi sociosanitari promuove l’impresa sociale nel disinteresse interessato del sindacato concertativo.

Il 1992 è l’anno di svolta(*). In seguito ci saranno nuove integrazioni legislative e i servizi considerati essenziali fino a pochi anni prima vengono gradualmente affidati o delegati principalmente al privato sociale. La cooperazione sociale si vende come impresa etica e radicata al territorio e talvolta la cosa non è neanche del tutto falsa. Le piccole e medie cooperative prolificano. Alcune addirittura crescono. D’altra parte come dice Franco Rotelli (collaboratore di Franco Basaglia, ora consigliere regionale e presidente della commissione sanità e politiche sociali della Regione FVG):

“Il fatto stesso che nell’ultimo decennio le cooperative si siano diffuse e moltiplicate non può essere assunto come un indicatore di senso, ma come l’espressione di un processo oggettivo che coincide con la dequalificazione di tutto. Parlo soprattutto della diffusione delle cooperative di tipo A, che ha significato la cessione di quote di servizio in delega a privati: sia perché questi costano meno in generale, sia perché rappresentano dei costi non fissi per le aziende sanitarie. Invece che assumere cento persone, che poi devo tenermi per cinquant’anni, pago adesso cento operatori che in seguito potrò spostare, liquidare, sospendere… Questo non è certo un processo positivo: è un fatto e basta, di cui prendere atto. E c’è da chiedersi che cosa stanno realizzando, di creativo e di veramente innovativo, le cooperative di tipo A”.

Con gli anni duemila la situazione economica globale muta. L’accelerazione si ha dopo il fallimento, 15 settembre 2008, della Lehman Brothers che getta (o perlomeno così ci viene fatto credere) il mondo globalizzato in uno stato di crisi economica permanente che diventa lo spauracchio da agitare. I primi settori che subiscono tagli sono sociale, sanità, scuola e cultura. Austerity, spending review e patti di stabilità si abbattono come mannaie sui servizi gestiti dalle cooperative che dipendono in modo preponderante dal settore pubblico. Il privato sociale cerca di rinnovarsi: fare impresa diventa la nuova parola d’ordine. E impresa fu: e tutte le contraddizioni economiche entrano nelle cooperative senza del tutto scalzare quelle politiche. Il panorama è modificato: “Le spinte all’efficienza, alla razionalizzazione sono evidenti anche nella diffusione dei bandi di gara che privilegiano le economie di scala per contenere i costi e quindi le grandi dimensioni, favorendo una competizione extraterritoriale fino a pochi anni fa quasi del tutto sconosciuta al mondo del terzo settore e delle cooperative sociali”. Anche l’immagine pubblica della cooperazione è nettamente cambiata. Non sono più solo i singoli casi degli anni passati a smascherarne il carattere potenzialmente manipolatorio. Diverse cooperative sociali “rosse” gestiscono lager per migranti ma, se questo ha fatto indignare quasi esclusivamente quei pochi militanti antirazzisti, lo tsunami di Mafia capitale ha letteralmente travolto il mondo cooperativistico che dopo questo colpo sta ancora barcollando alla ricerca di un nuovo equilibrio. In questo mutato panorama ci troviamo ad avere di fronte la posizione delle cooperative sociali che rivendicano parte di gestione del sistema del welfare per il ruolo da loro rivestito storicamente nei servizi e che sono caratterizzate spesso da una lottizzazione più o meno evidente: una lottizzazione interna con scarsa possibilità di crescita del personale e ruoli chiave sempre assegnati a persone ritenute adeguate perlopiù per docilità e fedeltà alla linea (ma spesso la linea non c’è), e una lottizzazione esterna con aggiudicazione automatica di servizi utilizzando talvolta lo strumento dell’accreditamento, i cui parametri non sono necessariamente meno arbitrari di quelli della valutazione nelle gare d’appalto. Sono cooperative spesso fortemente burocratizzate che tendono alla tutela di lavoratori e servizi in modo paternalistico se non feudale: gli aspetti autogestionari ed assembleari sono poco più che una messa in scena istituzionale. Per converso abbiamo cooperative che investono apparentemente molto su progettazione ed innovazione sociale ed hanno una forte qualificazione tecnocratica del management. Questa posizione è tipica delle grosse cooperative votate ad un economicismo esasperato. Il fenomeno è ancora da valutare essendo localmente relativamente recente, ma l’impressione è che l’innovazione si limiti alla progettazione utile in sede di gara d’appalto e sia in larga misura svincolata dalla qualità del servizio erogato. Se si parla ancora di cooperative è solo per un assetto societario: ci sono imprese con migliaia di soci e dipendenti con decine se non centinaia di milioni di euro di fatturato, Consigli d’Amministrazione con gettoni di presenza che valgono quasi una mensilità di un lavoratore. Qualsiasi ipotesi partecipativa alla vita societaria è puramente illusoria. Queste due tendenze spesso si sovrappongono e vanno lette appunto come tensioni più che come categorie in cui inserire questa o quella cooperativa. Il frutto malato che nasce in questo nuovo clima è quello dei cambi di appalto: la gestione dei servizi passa di mano in mano comportando disagio per utenti e lavoratori. I lavoratori inseriti nelle nuove cooperative possono avere difficoltà a veder rispettato il proprio contratto di lavoro e gli utenti sono costretti a subire le discontinuità del servizio che deve costantemente adeguarsi alle nuove situazioni societarie.

Scrive Giovanna Gallio:

“[…] io, cooperativa di tipo A, devo saper riprogettare anno dopo anno i miei servizi, essere disposta a un grande dinamismo imprenditoriale; ma come ogni organizzazione limitata, ricattabile economicamente, divento invece statica, tendo a riprodurre solo me stessa, e genero anche nel mio operatore una situazione di continua ricattabilità e instabilità. Infatti, quasi sempre l’operatore è malpagato, non riconosciuto nella sua effettiva professionalità, in una posizione comunque contraddittoria e ambivalente rispetto al proprio mandato….”.

USI-AIT cooperative sociali

La situazione come abbiamo visto è complessa e dobbiamo tenere conto dei diversi soggetti presenti sulla scena dove, oltre ai lavoratori, ci sono gli utenti dei servizi che sono persone in stato di debolezza. Non dobbiamo mai scordare la presenza dell’utenza: persone che ogni giorno accompagniamo condividendone difficoltà, dolore, rabbia ma anche talvolta speranze e gioia. Statutariamente USI AIT Cooperative sociali “si dichiara contraria ad ogni mansione finalizzata a compiti di discriminazione e repressione”. “Il Sindacato si propone di dare voce e di tutelare tutti i lavoratori delle Cooperative Sociali di tipo A e di tipo B nella prospettiva di diffondere gli ideali della pedagogia libertaria, il libero pensiero e la sua libera manifestazione nonché di creare spazi di ricerca libertaria per lo sviluppo individuale e collettivo delle giovani generazioni con l’aspirazione di renderle sempre più coscienti, libere ed uguali nel rispetto delle diversità e del pluralismo”. Qualsiasi rivendicazione sindacale non può prescindere da questi assunti. Esigiamo l’unificazione contrattuale: è inaccettabile che lavoratori impiegati in analoghi servizi e identiche mansioni siano inquadrati a seconda degli umori o delle convenienze in contratti che di per sé sono già scarsamente tutelanti. A questo si aggiunge la duplice condizione di lavoratori e soci della cooperativa che sono quindi ambiguamente dipendenti e “imprenditori” al medesimo tempo. La pubblica amministrazione ha deciso di disfarsi di una parte dei costi propri e di eliminare una serie di rigidità normative poste a garanzia del proprio personale quindi il vero responsabile del gap progressivo tra domanda ed offerta dei servizi è l’ente pubblico che investe sempre meno risorse per il welfare. Rivendichiamo la reinternalizzazione dei servizi come richiesto anche dal recente congresso dell’USI AIT tenutosi a Trieste. Gli strumenti di lotta sono l’autorganizzazione dal basso, la diffusione delle pratiche di autogestione nei posti di lavoro e sul territorio, l’azione diretta nelle vertenze più difficili. Possono a prima vista sembrare indicazioni ideologiche ma rappresentano un approccio che, se realmente vissuto, può determinare una radicalizzazione delle lotte ed un allargamento dei diritti per tutti/e. Il lavoro è qualcosa che riguarda tutti, come pure tutti siamo prima o dopo “utenti” di qualche servizio socioeducativo o socio-sanitario. Limitarsi ad un’azione solo sullo specifico politico è un’azione monca: è necessario riguardare al lavoro, diffondere le pratiche autogestionarie, radicalizzare le lotte senza rinchiudersi in recinti ma sempre consapevoli che i metodi che adottiamo già ci conducono all’obiettivo che ci siamo dati.

Luca Meneghesso USI AIT Cooperative sociali – Trieste

(*) Alcune date ci fanno capire quanto le cose siano cambiate in poco tempo: la legge 381 sulla cooperazione sociale viene promulgata l’8 novembre 1991. Il primo Contratto Collettivo Nazionale per le Cooperative Sociali entra in vigore il 1° aprile 1992. La legge quadro sull’handicap, la 104, viene approvata nel 1992. Infine e soprattutto giunge l’aziendalizzazione della sanità in attuazione della legge delega 421/92. Sono approvati il Decreto Legislativo 502/92, che prevede norme di revisione in materia di sanità, ed il Decreto Legislativo 517/93, a parziale modifica del precedente.

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